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PERSPECTIVE BLOOM - Il mio nome è Anum

08/06/2009

Diamo l'incipit, con questa news un po' particolare, ad un'idea che ci frulla in testa da un po': parlare di seconde generazioni e approfondire il tema degli stranieri nel mondo delle organizzazioni. Dalla nostra riceviamo sempre più curricula di stranieri candidati per posizioni qualificate e specialistiche e raccogliamo dalle aziende un certo interesse ad affrontare il tema (ovviamente fuori da ogni ideologismo).

Abbiamo l'occasione di un avere un "REGALO" nella nostra organizzazione: questa è la traduzione del suo nome dall'Urdu. Abbiamo pensato di condividerlo con voi, scegliendo l'approccio più diretto possibile, speriamo anche efficace. Le abbiamo chiesto di raccontarci un pezzo della sua storia...

Certamente una storia non fa statistica, né paradigma; per quello potete rivolgervi al nostro ufficio, abbiamo già raccolto la rassegna stampa e le recensioni sull'argomento. Ciò che ci sembrava davvero di valore era avvicinarsi al tema partendo dalle persone e dalle esperienze concrete. Anum ha iniziato ad entrare nella nostra vita quotidiana, attraverso le sue azioni, le sue opinioni, le sue scoperte, il suo lavoro.

Saremmo felici di dare avvio ad un dialogo, lo abbiamo fatto nella forma dell'intervista "ragionata" che inseriamo tra le news, ci piacerebbe ricevere altre storie, esperienze, punti di vista. Crediamo che il tema non meriti di essere inaridito con le ideologie dei vari versanti. Vorremmo conoscere di più con rispetto e sana curiosità.

 


Ti presenti con un nome strano, difficile da pronunciare. Ti vesti in modo particolare, con quell'abito tradizionale fatto di tre pezzi, dai colori sgargianti. Nel momento dell'incontro, prendo a prestito le tue parole, si diventa "sordomuti" e "alieni" tutto d'un tratto. Raccontami cosa è stato per te...

 

Io mi chiamo Anum. Ho 21 anni. Sono una ragazza pakistana che vive in Italia da quasi 8 anni.
Fino a pochi anni fa non avrei nemmeno immaginato di poter raccontare la mia storia in questo modo, cioè scrivendo in Italiano, può sembrare banale ma non lo è affatto.
Quando ho abbandonato il mio paese per raggiungere mio padre non mi rendevo conto delle difficoltà che avrei vissuto. Ricordo ancora con i brividi il mio primo giorno di scuola, mi sentivo come una sordomuta per la prima volta nella mia vita; Inoltre non riuscivo a stabilire se fossero alieni coloro che mi circondavano oppure io.

 

Si dice che le seconde generazioni e gli stranieri abbiano una motivazione dettata dall'esigenza di integrazione. Quale è stato il tuo percorso? Come hai impostato le tue scelte?

Il dato di fatto è che proprio questa situazione mi ha dato la motivazione per cominciare ad imparare. Di qui è iniziato il periodo di "studio disperato" alla Leopardi (studiavo 8 ore dopo la scuola).
I risultati logicamente erano eccezionali, avevo superato l'esame di terza media con soli 4 mesi di italiano.
Sembrava che i problemi fossero risolti invece era soltanto l'inizio, in effetti ora dovevo scegliere la scuola superiore. Le uniche figure di riferimento erano le insegnanti visto che si trattava del "loro sistema". Decisero di mandarmi in un liceo Scientifico ed io accettai.
Il 12 settembre le mie insegnanti mi accompagnarono informandomi che alle superiori si dava del "Lei" alle insegnanti.
Naturalmente mi ero impegnata anche più di prima ma questa volta i risultati non arrivavano, in effetti alla fine del quadrimestre avevo due materie insufficienti: latino e matematica. A quel punto ho cominciato a scambiare il vivere con lo studiare: non esisteva niente al di fuori della scuola. Alla fine ero stata bocciata.
Non avevo mai assaggiato una sconfitta prima di allora, sono perfino finita in ospedale.
Dopo quell' episodio ebbi veramente la possibilità di scegliere: preferii un liceo linguistico perchè avevo imparato in fretta la lingua italiana. L'iter scolastico si è rivelato abbastanza lineare, anche perché cercavo di risolvere da me tutti i problemi: quella scuola era una scelta mia.
Grazie a Dio tutto si e' concluso nel migliore dei modi.
Anche questa volta molto ingenuamente credevo di aver finito con le prove.
Mera Illusione!
Tutto quello che avevo ottenuto non era la medaglia di fine gara, ma lo strumento per poterla affrontare.

 

Quello che dici mi fa riflettere che l'integrazione (anche scolastica) ti sfida ad imparare a saper anche perdere. La capacità di tollerare e poi affrontare l'errore o la sconfitta è oggi forse una delle competenze più difficili da crearsi nel mondo del lavoro. La crescita professionale è una questione concreta, non una raccolta di medaglie e di buoni voti da far luccicare sul petto.

Il tanto dibattuto "orientamento" cosa è stato nella tua esperienza?


Dopo la fine della scuola le strade si diramavano in infinite direzioni verso orizzonti sconosciuti. Ancora punto a capo....Non proprio perché questa volta non ero a mani vuote.
Dovevo scegliere tra lo studio universitario e un lavoro; Comunque dopo aver considerato la situazione economica della famiglia decisi di posticipare lo studio per cercare un lavoro.
Già lavoro! Un argomento che, purtroppo non si affronta quasi mai a scuola, non è ritenuto necessario. Forse perché la maggior parte dei ragazzi italiani della mia età ha la possibilità di informarsi attraverso altri canali.
CERCARE UN LAVORO.
Come? Dove? A chi rivolgersi? Che cosa pretendere? Che obiettivi predisporre? Vuoto totale....
Un papà che lavora in un magazzino non poteva certo guidarmi e nemmeno una mamma casalinga, seppur ben istruita nel paese d'origine.
Comunque cominciai a costruire pian piano la mia rete di conoscenze a partire dalla comunità pakistana, per poi ampliarla. Attraverso le informazioni che ottenni in questo modo conobbi l'esistenza dell' "Informagiovani di Bergamo"; lì mi prepararono il curriculum e mi mandarono in un'agenzia interinale. Lasciai il mio curriculum, senza molta speranza, avevano una pila di curricula che faceva ben passare la voglia di sperare!
Nonostante la mia " hopelessness" già il giorno dopo mi chiamarono per il primo colloquio di lavoro. Si trattava di una grossa azienda metalmeccanica in cui avrei avuto il compito di fare delle ricerche sul mercato del lavoro e riempire le schede con i dati raccolti.
Non fui accettata per ragioni misteriose ma grazie a questo colloquio mi resi conto che non era ciò che desideravo fare per il resto della mia vita. Non volevo diventare una piccola rotellina di un immenso sistema di ingranaggi, perché non volevo essere scambiabile, pur rendendomi conto che non avevo un istruzione tale da permettermi di fare "chi sa che".

 

Scusami la franchezza, ma perché non ti volevi accontentare?


Il desiderio che si celava dietro la non voglia di fare certi lavori era causata dalla "sete di identità". Spesso se si lascia il proprio paese si viene catalogati come stranieri, immigrati oppure extracomunitari, ma in questa logica si perde il lato individuale. Attenzione però, perché non si tratta di un problema della prima generazione perché quella si sente legata soltanto al paese d'origine. Il problema riguarda noi della seconda generazione, purtroppo.
Inoltre ho pensato che lavorare in una grossa azienda come segretaria mi avrebbe potuto far perdere il senso dell'intero, io vorrei avere la soddisfazione di vedere il risultato della mia attività.

Comunque non ricevetti più chiamate da altre agenzie interinali; tuttavia presto ottenni il lavoro di mediatrice culturale nelle scuole. Questa prima esperienza non fu per niente facile perché non sapevo assolutamente cosa richiedeva il mio ruolo, visto che non era stato dedicato un briciolo di formazione. In questa situazione ho dovuto costruire, ovviamente con l'aiuto dell' utenza, il mio ruolo.
Avere la consapevolezza di aiutare gli altri ad affrontare gli stessi problemi che ho vissuto sulla mia pelle mi ha permesso di non dimenticare mai la mia crescita.
La vita però non aveva ancora finito di sorprendermi: in effetti attraverso altre persone disposte ad aiutarmi venni a sapere di una piccola società di consulenza di direzione.
Questa volta l'ambito lavorativo non era quello sociale bensì organizzativo. Qui non c'era il problema della grande azienda metalmeccanica perché non si trattava di prendere una persona al posto di un'altra per riempire il vuoto. Al contrario si trattava di vedere la diversità come parte integrante della società.

 

Hai 20 anni, quali sono ora i tuoi orizzonti? Mi sembra di capire che hai scelto l'approccio di imparare dalle esperienze per ottenere il massimo dalle decisioni che hai preso; il nostro portale si chiama Concresco, cosa è per te crescere?

 

Un valore che è stato enfatizzato in questo ambito lavorativo era anche quello della condivisione. Condividere storie, idee, esperienze ed opinioni, credo fermamente nel fatto che proprio questo si chiami formazione e che proprio questo sia crescere.
Adesso, lavoro da quasi un anno in diverse realtà e vedo chiaramente delle differenze in me; è proprio questo il mio successo.
Ho inventato un modo abbastanza facile per valutarmi, consiste semplicemente nel vedere se un dato evento della vita ha cambiato qualche valore in me dopo averlo vissuto. Se la risposta è un si significa che, pur riscontrando qualche difficoltà, non ho fallito.
Posso considerarmi fortunata per aver avuto la possibilità di vivere tutte queste esperienze che mi hanno reso una persona ancor più desiderosa di cogliere, di conoscere e quindi crescere in ogni ambiente.

 

 

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