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Uscire dalla crisi: una via liberista

18/02/2009


Il 18 novembre 2008 il prof. Alberto Alesina ha tenuto presso
l'Associazione culturale G. Lazzati di San Donato Milanese
(mi) una conferenza dal titolo «Liberismo e uguaglianza:
come uscire dall'attuale crisi economica?».
Con il consenso
degli organizzatori - che ringraziamo - ne pubblichiamo
il testo rivisto dall'A.: si tratta di un'analisi autorevole della
pesante crisi finanziaria ed economica attualmente in corso.
Tale crisi, per la sua complessità, si presta a molteplici letture
e la sua soluzione richiede l'interazione di una pluralità
di approcci.

Affronteremo l'argomento - la crisi economica e finanziaria che attanaglia il mondo intero cercando di delinearne le cause, di diagnosticare a che punto siamo arrivati nella sua evoluzione e di indicare alcune prospettive di soluzione.


1. Origini della crisi


L'ultimo decennio è stato caratterizzato da un forte squilibrio nella localizzazione geografica di risparmio e investimento: i Paesi asiatici, in particolare la Cina, disponevano di un risparmio molto elevato e trasferivano fondi nei mercati finanziari dei Paesi occidentali, soprattutto negli Stati Uniti. Non è una novità dal punto di vista storico: in precedenza era il Giappone a risparmiare e a investire negli Stati Uniti, negli anni '50 l'Europa e prima della seconda guerra mondiale la Gran Bretagna. La separazione nello spazio di risparmio e investimento di per sé non è un problema; anzi, grazie alla globalizzazione, è un fatto positivo, che incanala il risparmio nel modo più produttivo possibile. Concretamente, però, l'elevata offerta di risparmio, in particolare da parte cinese, e la politica seguita dalla Federal Reserve (la Banca centrale degli Stati Uniti) a partire dagli anni '90, hanno mantenuto i tassi d'interesse molto bassi. Allo stesso tempo, anche a causa del costo del denaro così contenuto, c'è stato un boom del mercato immobiliare negli usa.
Tuttavia, il basso livello dei tassi d'interesse ha spinto gli investitori ad assumere rischi più elevati alla ricerca di rendimenti più alti. Sono emerse e si
sono sviluppate nuove tipologie di operatori finanziari - tipo gli hedge fund 2 o
alcuni tipi di banche d'investimento - che sfuggivano alle regolamentazioni
esistenti. Soprattutto molte istituzioni finanziarie pativano una rilevante sottocapitalizzazione, avevano cioè capitali propri relativamente bassi rispetto alle attività, che quindi erano finanziate in larga parte con ricorso al debito. Ad esempio, con un capitale di 10 prendevano a prestito e investivano per 100, 150 o 200. A livello internazionale esistono delle linee guida in materia di capitalizzazionedelle banche - chiamati «Accordi di Basilea» -, che tuttavia si sono rivelati inefficaci nella prevenzione del fenomeno appena descritto.
Inoltre, in particolare negli Stati Uniti, la diffusione della proprietà immobiliare
era divenuta un obiettivo politico, per cui sono stati concessi incentivi per
favorire l'investimento in case. In questo quadro i regolatori sono stati come minimo disattenti, se non peggio; alcuni politici americani hanno ricevuto "donazioni"più difficile finanziare a tassi molto bassi l'acquisto di immobili e la conseguente creazione di strutture finanziarie sempre più complicate e sottocapitalizzate.
Negli Stati Uniti, il basso costo del ricorso al credito per l'acquisto di immobili
ne ha fatto crescere la domanda e quindi i prezzi, generando una bolla speculativa che si è repentinamente «sgonfiata» quando i tassi di interesse sono saliti. Infatti molti prestiti per l'acquisto della casa erano a tasso variabile: l'interesse mutava in rapporto ai tassi fissati dalla Federal Reserve. Le famiglie avevano sottoscritto i mutui a tassi molto bassi e, quando questi sono saliti, non sono più riuscite a pagare il debito. Gli immobili sono passati in mano alle banche, ma nel frattempo i prezzi sono crollati (anche del 20-30%), al punto che il valore degli immobili risultava inferiore al prestito residuo che le banche dovevano ancora recuperare. Per gli istituti di credito questo ha comportato perdite in conto capitale, cioè una riduzione dell'attivo patrimoniale.

Si è quindi innescato un pericolosissimo circolo vizioso: la diminuzione del valore degli immobili passati alle banche ha provocato la discesa delle quotazioni di borsa delle relative azioni e soprattutto ha palesato la situazione di sottocapitalizzazione e i relativi rischi: se con un capitale di 10 una certa banca prende a prestito e investe per 100, basta una perdita del 10% del valore delle attività perché il capitale delle banche risulti insufficiente a coprirla, e quindi a sua volta la banca in questione rischi l'insolvenza.
Così a metà settembre siamo arrivati al panico totale: nessuno prestava più a nessuno, neppure le banche tra loro, e questo ha portato a un completo blocco del mercato del credito, che è la linfa vitale che fa funzionare un'economia capitalistica. L'economia reale ha cominciato a soffrire della mancanza di credito e tutto questo ha provocato un'ulteriore caduta delle quotazioni azionarie.


2. Le risposte
La risposta dei politici è stata lenta; tutti sono stati lenti nel rendersi conto della gravità della situazione. C'è stata una risposta caso per caso, Paese per Paese, senza un coordinamento internazionale. Le cose sono cambiate in maniera radicale dopo il fallimento di Lehman Brothers 3, quando è esploso il panico cui si accennava prima. A questo punto tutti i politici, sia americani sia europei, si sono resi conto che era in corso una crisi sistemica e molto pericolosa, al punto che i tagli dei tassi d'interesse operati dalle banche centrali - sia dalla Federal Reserve sia dalla Banca centrale europea (bce) - tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre non sono serviti a niente: il panico e la mancanza di fiducia nei mercati erano tali che nessuno era disposto a prestare nulla a nessuno, nonostante l'iniezione di liquidità da parte delle banche centrali.
Quando tutti si sono resi conto della gravità della situazione finanziaria ci
sono state risposte più sistemiche e più aggressive. La prima è stata un enorme
afflusso di liquidità dalle banche centrali alle banche commerciali per esortarle
a prestarsi denaro tra loro e a concedere prestiti agli operatori economici. La
seconda iniziativa è stata il piano del ministro del Tesoro americano Henry Paulson: nella versione iniziale prevedeva di usare fondi pubblici per ritirare dal
mercato titoli «tossici», soprattutto quelli legati ai finanziamenti immobiliari sul
mercato americano, che si erano svalutati fino quasi a perdere tutto il loro valore; in quanto causa di ingenti perdite per le banche, questi titoli bloccavano il mercato del credito. Il terzo intervento è stato quello di ricapitalizzare le banche con denaro pubblico, allo scopo di risolvere il problema della sottocapitalizzazione di cui sopra. Poi ci sono stati provvedimenti diretti al sostegno di almeno una parte di coloro che si erano indebitati per acquistare la casa, ma che non riuscivano più a far fronte ai propri impegni verso il sistema finanziario. Infine sono state concesse garanzie pubbliche ai prestiti bancari, cosicché le banche riprendessero a concedere denaro all'economia reale, sulla base dell'impegno all'intervento pubblico in caso di default del debitore, cioè di incapacità a restituire il prestito. I vari Paesi hanno usato una combinazione di queste politiche per cercare di togliere l'economia dal panico.
Quanto costerà questo intervento pubblico a sostegno delle banche, sia in
Europa sia negli Stati Uniti? In realtà non è chiaro, perché non si tratta di
«regali» al sistema bancario
. Ad esempio, quando lo Stato ricapitalizza le
banche significa che sottoscrive quote del loro capitale. Se l'intervento è temporaneo e la banca in questione risolve i propri problemi, queste quote di capitale possono essere rivendute a investitori privati e teoricamente lo Stato potrebbe anche guadagnarci. A questo proposito c'è un esempio interessante: a metà degli anni '90 la Svezia ha subito una crisi bancaria molto simile a quella attualmente in corso negli Stati Uniti, dovuta anche in quel caso a un crollo del valore degli immobili. Per la Svezia si trattò di una crisi gravissima, anche se, viste le sue dimensioni, non ebbe alcun impatto a livello globale. Il Governo svedese ricapitalizzò le banche in crisi e, pochi anni dopo, rivendette le quote di sua proprietà a investitori privati. Complessivamente i contribuenti svedesi non ci hanno perso, ma leggermente guadagnato.
Così c'è oggi una visione pessimistica degli interventi pubblici a sostegno
dell'economia, secondo la quale essi graveranno pesantemente sui contribuenti
sia americani sia europei. Ma c'è anche una visione più ottimistica, che io
sottoscrivo: l'intervento pubblico potrebbe costare molto meno di quanto oggi
sembra, perché queste somme potranno essere recuperate, almeno in parte, una volta passata la crisi, con la vendita ai privati del capitale oggi sottoscritto dallo Stato.


3. Quali lezioni trarre?
Questo è, in breve, quello che è successo. Se ne traiamo le lezioni giuste, questa crisi può essere un buon momento per imparare come far funzionare
meglio il sistema
; ma se traiamo delle lezioni sbagliate, le conseguenze più gravi, a mio parere, saranno proprio le scelte politiche sbagliate derivanti dall'aver interpretato male questa crisi.


a) Le lezioni «sbagliate»
La prima lezione sbagliata, più generale, è che questa crisi derivi da un capitalismo senza regole, da un capitalismo sfrenato, senza controllo politico,
e che quindi il problema sia il fatto che il liberismo abbia intrinsecamente delle
debolezze strutturali. Nicolas Sarkozy, il presidente francese, è un leader di
questa interpretazione della crisi.
La seconda lezione sbagliata è che i mercati finanziari non servono a niente, che bisogna restringerne il funzionamento, limitarli ad attività relativamente semplici perché la sofisticazione degli strumenti finanziari non fa che creare instabilità.
La terza lezione sbagliata che qualcuno trae dalla crisi è che occorre evitare gli squilibri nella distribuzione geografica di risparmi e investimenti, come quello che oggi esiste fra Cina e Stati Uniti. Ma la globalizzazione dei flussi finanziari è l'altra faccia della medaglia della globalizzazione del mercato dei beni: limitare i flussi di capitali tra Paesi vuol dire restringere il commercio internazionale.
Infine, l'ultima lezione sbagliata è che l'intervento dello Stato per salvare le banche, per evitare che la crisi precipiti, debba essere il primo passo di un intervento pubblico permanente, che ci faccia ritornare al capitalismo di Stato, stile anni '70.


b) Le lezioni «giuste»
La prima lezione
è che non mancavano le regole, ma sono state applicate
male o i regolatori non sono stati sufficientemente attenti. Senza entrare nei
dettagli tecnici, gli «Accordi di Basilea» fissavano regole per la capitalizzazione
delle banche che non sono state applicate correttamente; inoltre alcuni operatori finanziari - come le banche d'investimento - sono riusciti a sfuggirvi.
La seconda lezione è che ci vuole maggiore trasparenza nell'attività di questi particolari operatori finanziari e che i loro manager devono avere gli incentivi giusti: le loro retribuzioni non vanno legate solo ai profitti che realizzano, ma anche al tipo di rischio che fanno prendere alla propria istituzione.
Come si può facilmente vedere, le lezioni giuste sono molto concrete, mentre
quelle sbagliate riposano piuttosto sulla retorica che «i mercati finanziari non
servono a niente», mentre sono molto utili, anche quelli sofisticati, per far crescere l'economia. Così la lezione, forse modesta, è che si può lavorare per ridurre i rischi derivanti da questa crisi senza impedire ai mercati finanziari di assumere rischi, che è quello che devono fare. Un eccesso di regolazione, infatti, certamente eviterebbe le crisi, ma impedirebbe anche al mercato finanziario di assumere il rischio di concedere credito a imprese innovative. Se non ci fosse stato un mercato finanziario pronto ad assumere rischi, chi avrebbe fornito i fondi ai quattro o cinque capelloni in un garage che hanno creato Google 4 o Apple 5? Per dirla con un esempio: potremmo anche mettere un limite di velocità di 10 km/h sulle autostrade; certamente eviteremmo molti incidenti, ma ci metteremmo dieci ore per andare da Milano a Bologna, il che avrebbe costi molto alti per la collettività.
L'ultima lezione da trarre è che le istituzioni internazionali che hanno il compito di governare l'economia mondiale sono obsolete, perché si rifanno all'assetto politico dell'immediato dopoguerra, quando i Paesi importanti erano gli Stati Uniti, l'Europa e pochi altri, mentre i Paesi oggi «emergenti» non esistevano, non erano ancora «emersi». Per esempio il g8 è un'organizzazione
chiaramente obsoleta: non c'è ragione per spiegare come Paesi economicamente piccoli come Italia o Canada ne facciano parte, mentre sono esclusi «giganti» come Cina, India e Brasile. Analogamente non è chiaro perché non ci sia una sola delegazione che rappresenta tutta l'Europa al g8, anziché i rappresentanti di 4 o 5 Paesi come adesso 6. Il Fondo monetario internazionale (fmi) e il Financial Stability Forum (fsf) 7 devono ricevere più potere per riscrivere le regole dei mercati finanziari; anche la bce deve avere un ruolo più importante. Infatti abbiamo imparato che le regolamentazioni a livello nazionale non sono sufficienti.
Quindi ai grandi vertici internazionali, come il g20 8 tenutosi a Washington a
metà novembre, dobbiamo chiedere non tanto che si mettano a scrivere le regole, ma che riorganizzino le istituzioni che devono poi scrivere le regole e controllare l'andamento dell'economia internazionale.


4. L'impatto sull'economia reale: recessione o qualcosa di più grave?
Alla stragrande maggioranza di noi, che non siamo banchieri, le questioni
finanziarie interessano non tanto di per sé, ma per l'influenza della finanza
sull'economia reale. Da questo punto di vista la crisi sta iniziando adesso.
Se guardiamo la storia economica, ci accorgiamo che le recessioni sono un
fenomeno ricorrente
: ce ne sono state sempre e ce ne saranno sempre. Ad
esempio negli Stati Uniti, fino alla metà degli anni '80 c'è stata una forte recessione ogni 4-5 anni; per forte recessione si intendono diminuzioni del Prodotto interno lordo (pil) dell'1% o 2% annuo. Dal 1992 in avanti c'è stato un periodo di crescita molto forte e sostenuta, con piccole recessioni molto limitate. Anche a livello globale veniamo da un quarto di secolo, o quasi, di forte crescita economica.
Forse in Italia non ce ne siamo accorti perché la nostra economia stentava
a crescere, ma complessivamente gli ultimi vent'anni sono stati un periodo
di crescita straordinaria, mai sperimentata prima nella storia dell'umanità. Adesso ci sarà un'altra recessione: è fuori di dubbio, anzi ci siamo già dentro. Il
problema è capire se si tratta di una recessione «normale», come quelle che
ciclicamente segnano il corso dell'economia, o qualcosa di più grave.
Si sentono spesso - secondo me a sproposito - paragoni tra la crisi di oggi e quella del 1929. La crisi del 1929 fu una recessione straordinaria: tra il 1929 e il 1932 il pil americano diminuì del 30% e il tasso di disoccupazione raggiunse il 25%. Credo che nessuno, neanche i più pessimisti, possa ragionevolmente pensare che nel giro dei prossimi tre anni il pil americano o quello europeo diminuiscano in analoga misura. Ci sono ovviamente ragioni precise che legittimano la convinzione che ci troviamo in una situazione diversa da quella del 1929.
Innanzitutto disponiamo oggi di meccanismi di stabilizzazione dell'economia
molto più solidi di quelli del 1929. Ad esempio, in tutti i Paesi industrializzati,
eccetto l'Italia, esistono sussidi alla disoccupazione. Questo significa che chi perde il lavoro non vede crollare il suo reddito e quindi le sue possibilità di consumo, mentre a livello aggregato il sistema evita il crollo della domanda.
Tutto questo non esisteva nel 1929, per cui la forte disoccupazione produsse un
crollo della domanda aggregata.
Inoltre nel 1929 furono compiuti clamorosi errori di politica economica e monetaria. Anziché fornire liquidità al sistema, la Federal Reserve la ritirò, sulla base della considerazione che le banche avevano smesso di concedere prestiti all'economia reale: ma questo non fece che inasprire la crisi. Un secondo clamoroso errore - estremamente importante da considerare oggi - fu un ritorno violento al protezionismo, con lo scatenarsi di una guerra commerciale molto forte tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, in particolare l'Europa. L'inasprimento dei dazi doganali provocò il crollo delle esportazioni, sia americane sia europee, con l'emergere di un circolo vizioso di straordinarie proporzioni per l'economia. Da parte sua, Herbert Hoover (presidente degli Stati Uniti dal 1929 al 1932) non si rese conto che in un momento di crisi era non solo ragionevole, ma anche consigliabile, lasciare salire il deficit pubblico e reagì aumentando le tasse, assestando un altro colpo all'economia reale. Da ultimo, si scagliò con rigore regolatorio contro i mercati finanziari, impedendo loro di riaggiustarsi spontaneamente.
Tutti questi fattori fecero precipitare la crisi finanziaria del 1929 in una straordinaria crisi dell'economia reale. Fortunatamente pare che oggi non stia
succedendo nulla di simile. Anche il g20 di metà novembre non ha sposato le
posizioni più decisamente regolatorie, tipo quelle del presidente francese Sarkozy, ma ha fatto dichiarazioni molto precise contro il ritorno al protezionismo e ha delegato in modo ragionevole a fmi e fsf il compito di riscrivere certe regole, con calma, nei prossimi mesi.


5. Politica monetaria e politica fiscale
Evidentemente non commettere errori è importante, ma non basta. In una recessione «normale» è sufficiente una politica monetaria espansiva, che riduce
i tassi di interesse e permette all'economia di aggiustarsi da sola. In una situazione di grave crisi finanziaria, come quella di questi mesi, occorre fare qualcosa di più. E in queste situazioni la politica monetaria ha dei chiari limiti. La
Federal Reserve ha ridotto decisamente i tassi di interesse, a livello europeo c'è
probabilmente ancora spazio per un'azione analoga da parte della bce 9, ma
senza adeguate politiche fiscali, il rischio di una recessione molto forte e prolungata rimane.
Sicuramente una ricetta, di cui ha discusso anche il recente g20, è l'espansione fiscale 10, che sarà diversa da Paese a Paese, in base alle condizioni e alle necessità di ciascuno. Per esempio il tipo di espansione fiscale adatto alla situazione americana è di rendere più generoso il sistema di welfare, che attualmente non lo è affatto. In un momento in cui la disoccupazione salirà, sarebbe giustificabile non solo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista economico come sostegno alla domanda aggregata. Poi gli Stati Uniti hanno bisogno di investimenti in infrastrutture: le infrastrutture americane sono molto peggiori di quelle europee, anche perché sono più obsolete. E probabilmente è il caso che il neopresidente Obama posponga il progetto di aumentare l'imposizione fiscale sui più ricchi.
Anche a livello strettamente fiscale ci sono politiche che è consigliabile evitare. Ad esempio tutte quelle politiche che, invece di sostenere la domanda aggregata nel suo complesso - come ridurre le tasse a tutti o introdurre i sussidi
di disoccupazione per tutti, - intervengono in questo o in quel settore, come nel caso dell'auto. L'industria automobilistica, negli Stati Uniti come in Italia o in Germania, sembra particolarmente abile nel fare pressioni per ricevere sussidi pubblici; ma non è chiaro perché l'auto sì e la chimica no, o il turismo sì e quell'altro settore no. Questi interventi settore per settore, in cui lo Stato decide chi aiutare, sono la ricetta per ritornare alla politica industriale degli anni '70, in cui i politici decidevano come distribuire i finanziamenti pubblici, con tutto quel che ne consegue. A mio avviso si tratta di una china estremamente pericolosa. Certo vorrebbe andare in questa direzione Sarkozy; purtroppo anche Obama sta lavorando a interventi di salvataggio per la General Motors, in Germania sono stati introdotti sussidi per l'industria automobilistica e nel nostro Paese ci sono forti pressioni nella stessa direzione. A riguardo, bisogna tenere presente che non sempre e non necessariamente un fallimento è un evento catastrofico come molto spesso viene fatto apparire. Non è detto che una grande azienda come General Motors chiuda del tutto: alcune parti possono essere acquistate da altri operatori, più efficienti, altre rimanere in vita in maniera autonoma. Complessivamente il risultato può essere migliore - in termini di efficienza nell'uso delle risorse - di un salvataggio con fondi pubblici che rischia di perpetuare i problemi che hanno condotto un'azienda alla crisi.
In questo senso occorre prestare molta attenzione alla distinzione tra due impostazioni di politica economica. La prima ritiene necessario l'intervento dello Stato con una politica fiscale espansiva - al limite anche un intervento diretto a favore delle banche o di qualche grande azienda -, ma reputa altresì
che debba trattarsi di una situazione temporanea, di emergenza. Superata la
crisi, lo Stato deve ritirarsi al suo ruolo di supervisore del funzionamento del
mercato. L'altra impostazione, invece, propone un intervento permanente dello
Stato nell'economia come imprenditore. Questo va ben oltre una politica fiscale
espansiva con lo scopo di uscire dalla crisi.


6. Il caso italiano
All'interno di questo quadro, la situazione italiana presenta rilevanti peculiarità.
Complessivamente il nostro Paese è caratterizzato da gravi inefficienze, come mostrano tutte le classifiche internazionali in materia. Siamo un'economia
di mercato, ma, a causa di queste inefficienze, il mercato non riesce a svolgere
il suo lavoro. Vi sono poi alcuni elementi specifici da considerare.
Innanzitutto l'Italia è priva di programmi generali di sussidio alla disoccupazione.
Esistono invece istituti specifici, come la cassa integrazione o vari altri
meccanismi ad hoc. Si tratta di un sistema profondamente errato perché ampiamente discrezionale, favorisce questo o quel settore. Bisognerebbe cogliere l'occasione di questa crisi per introdurre un sistema universale di sussidio alla disoccupazione, come quello in vigore in quasi tutti i Paesi europei, in cui c'è una regola generale che vale per tutti senza spazi per la discrezionalità. Come è stato calcolato in un recente libro 12, un provvedimento di questo genere non costerebbe neppure molto per le casse dello Stato, se si eliminassero la cassa integrazione e gli altri strumenti attualmente in vigore.
Un secondo elemento problematico è l'elevata tassazione sul lavoro, che genera una grande differenza tra il costo del lavoro per l'impresa e il salario netto percepito dal lavoratore. Ridurre questa differenza farebbe aumentare sia
la domanda sia l'offerta di lavoro. Certamente poi abbiamo bisogno di qualche
investimento in infrastrutture, anche se, a mio avviso, oggi c'è un'eccessiva enfasi su questo punto nel nostro Paese. Ma su alcuni nodi problematici è il momento di spendere.
Infine, come è noto, l'Italia ha un grosso problema di debito pubblico, per cui non può attualmente ricorrere al finanziamento del deficit fiscale con aumenti del debito pubblico, come accadeva fino alla metà degli anni '90. Così l'utilizzo
della politica fiscale contro la crisi deve essere controbilanciato da provvedimenti
che impediscano l'aumento del debito. L'unico modo è risparmiare sulla spesa pensionistica. Come sappiamo l'Italia, in rapporto al pil, spende per le pensioni di più di qualunque altro Paese 13. Per evitare che il debito pubblico esploda occorre innalzare l'età pensionabile da subito e accelerare le riforme pensionistiche approvate anni fa.


7. Uno sguardo al futuro
È molto difficile fare previsioni. Io sono relativamente ottimista: l'economia mondiale è certamente in recessione e questa è destinata ad aggravarsi e ad allungarsi, sia negli Stati Uniti sia in Europa, ma non siamo in una situazione come quella del 1929. Se abbiamo un buon sistema di sussidi alla disoccupazione e di protezione dei più deboli, non dobbiamo spaventarci troppo. Le recessioni in qualche modo servono, sono un momento che gli economisti chiamano di «disfunzione creativa», dove le imprese meno efficienti escono dal mercato e ne entrano di più efficienti. Quindi, una volta che proteggiamo i più deboli con appropriati ammortizzatori sociali, ci sono elementi positivi anche nelle recessioni.
Passato il momento di panico più grave, questa considerazione ci permette
di guardare a quello che sta succedendo sotto una luce diversa: cicli di recessione e crisi finanziarie si verificheranno sempre, sono parte del funzionamento del sistema. Per quanto riguarda la finanza, le crisi derivano dal fatto che gli operatori finanziari, quando concedono credito, assumono inevitabilmente dei rischi. La regolamentazione serve, vanno risolti i problemi sopra evidenziati a questo riguardo, ma non possiamo neanche coltivare il sogno, tutto sommato ingenuo, che politici e regolatori scoprano la regolamentazione ottimale che eviterà qualunque crisi da qui all'eternità.

(Fonte: Aggiornamenti Sociali)

 

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