"OGGI SONO QUI, DOMANI NON SO"
Silvia Lupini, nata ad Ancona nel 1975, laurea in architettura, assunta in uno studio di Rotterdam, è emigrata in Olanda (la Mecca dei laureati in Architettura e Design) perché in Italia non sopravviveva economicamente, perché voleva lasciarsi alle spalle cicatrici sentimentali e reinventarsi in un ambiente sconosciuto. Giulia Tellarini, di Treviso, classe 1978, vive tra Barcellona e Berlino perché "si vive con poco, gli affitti sono bassi, c'è qualità di vita a prezzi accessibili, cultura, rispetto e uguaglianza". Poi ancora tante storie, immagini e racconti di vite giovani, come quella di Davide che scrive per il teatro a Berlino o Gabriele che fa l'ingegnere navale a Oslo.
Sono ritratti che raccontano un fenomeno sempre più vasto: il silenzioso e continuo abbandono del Belpaese da parte di giovani cittadini delusi o curiosi che approdano e ricominciano in altre città europee. Ne ha incontrati e intervistati tanti Claudia Cucchiarato, nata a Treviso nel 1979, giornalista per La Vanguardia e L'Unità ,residente a Barcellona dal 2005. Le voci di questa nuova generazione in esodo si ascoltano nel suo «Vivo altrove, giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi» (Bruno Mondadori, 228 pagine, 18 euro) da oggi in libreria.
Un saggio che é quasi un romanzo corale. I personaggi, però, sono veri e raccontano la decisione di restare fuori dal paese natale, di guardarlo da lontano, in un misto di affetto e delusione. Come quando si ama qualcuno che si vorrebbe diverso e allora ci si allontana per non soffrire.
Il fenomeno è senz'altro concreto e vivo. «L'italia non è un paese per giovani», «c'è la fuga dei cervelli», si dice. Ma non è solo questo. Non tutti i giovani uomini e le giovani donne che scelgono di andarsene sono talenti frustrati e sfruttati che salgono sull'aereo con un bel contratto in tasca. Molti - benché laureati e preparati - fanno i camerieri o i centralinisti. Qualsiasi impiego va bene, pur di vivere altrove.
Claudia perché se ne vanno questi giovani?
Ognuno ha la sua ragione: chi non trova un lavoro dignitoso, chi vuole imparare un'altra lingua, chi insegue un nuovo amore, chi cerca di dimenticarne uno andato male. Invece, il motivo per cui quasi nessuno torna è lo stesso. La parola che ti ripetono tutti è libertà. Libertà che sperimentano in cose piccole, quotidiane, tipo disporre di treni che arrivano puntuali, contare su un trasporto pubblico efficiente, poter scendere in strada senza un cappotto da 500 euro (molti mi hanno confessato che in Italia si sentono troppo giudicati dall'apparenza). Libertà che si misura anche su elementi più sostanziali e diffusi come riuscire a vivere un amore omosessuale senza stigmi, avere aiuti statali per l'affitto, ottenere opportunità per le proprie qualità e non in base a conoscenze, venire valorizzati senza essere trattati come eterni bamboccioni. Sentirsi adulti, insomma. In Italia non sono soddisfatti.
Come mai questo fenomeno è in espansione proprio ora, è solo la crisi?
Molti fattori contribuiscono. Questi giovani, nati dal '75 in poi, rientrano nella prima generazione che raccoglie i frutti dell'Europa unita. Studiano e viaggiano molto, hanno amici stranieri con cui si scrivono, chattano e parlano su Skype. Hanno fatto l'Erasmus o una vacanza studio. Poi ci sono i voli low cost, la moneta unica, non servono documenti. Questo aiuta a mantenere i rapporti anche con l'Italia: tornano spesso a trovare amici e genitori. Io, per esempio, vivo a Barcellona. Impiega meno - e soprattutto costa meno - un volo da Girona a Venezia che un treno Freccia Rossa da Milano a Roma. Mi sento vicina. Anche i genitori vanno spesso a trovare i figli.
I giovani italiani all'estero sono integrati o vivono chiusi in comunità?
Quello con l'Italia è un rapporto ambivalente. Alcuni hanno scelto l'impegno politico e da Barcellona organizzano manifestazioni contro la censura o le leggi ad personam, per esempio. In media, leggono voracemente i quotidiani italiani, li commentano su internet, si ritrovano, anche per cose un po' nostalgico-patetiche tipo i pranzi della domenica o le partite della nazionale viste in religiosa concentrazione. Però sono integrati. Parlano la lingua del paese di residenza, hanno amici e colleghi locali e la grande maggioranza dei giovani che ho incontrato è fidanzata con gente del posto.
Sono molto diversi dagli emigrati italiani di un secolo fa...
Certo Non hanno la valigia di cartone ma zaini leggeri. Si muovono molto. Non emigrano solo per lavorare o guadagnare di più. Fanno una scelta di vita. Il loro, è un bisogno più ampio e più profondo.
E anche più preoccupante?
L'Italia sta perdendo il suo futuro. È una generazione che parte perché vorrebbe il proprio paese diverso, meno stretto, ma non sa come fare a cambiarlo e quindi lo lascia.
Sono felici?
Credo di sì. Molti sono forti dell'orgoglio, la soddisfazione, la stima personale di dire "ce l'ho fatta. Mi reggo sulle mie gambe, sono diventato adulto, mi sono emancipato. E comunque vada, ci ho provato. Non sono restato ad aspettare che calasse dall'alto il riscatto".
Come immaginano il proprio futuro?
Non coniugano i verbi al futuro. È per loro il tempo dell'incertezza. Non appartiene al loro mondo, al loro pensiero. Molti mi hanno detto: «oggi sono qui, fra un anno non so». Vivono aggrappati al presente.